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Basilica di San Pietro martire in Sant'Anastasia. Verona.

Basilica di San Pietro martire in Sant'Anastasia. Verona.

Informazioni principali

Le vicende della chiesa domenicana di Santa Anastasia iniziano nel 1261, quando il vescovo Manfredo Roberti dona all’ordine il vasto terreno su cui sorge l’attuale costruzione. Tale area, sita all’interno della cinta muraria urbana, era già parzialmente edificata e comprendeva orti, case e loro pertinenze oltre alle due chiesette di San Remigio – ubicata  in corrispondenza dell’attuale cappella maior – e Santa Anastasia, la cui zona absidale coincideva con l’attuale cappella del Crocifisso  di cui si hanno notizie già nell’890. 
Pochi anni più tardi, nel 1269, ceduto l’originario insediamento in Santa Maria Mater Domini, fuori porta San Giorgio, alle monache di San Cassiano di Valpantena, i frati avviano sui terreni della donazione la costruzione del nuovo monastero. I lavori iniziarono con la costruzione del chiostro, con la sala del Capitolo, il refettorio e gli alloggi per i monaci. Sul finire del secolo, a partire dal 1290, prenderà avvio l’attività edilizia per la costruzione della nuova chiesa e la tradizione vuole che i “progettisti” furono i due “maestri d’opera” dell’ordine, fra Benvenuto da Bologna e fra Nicolò da Imola. La chiesa fu subito dedicata a San Pietro Martire, ma da sempre chiamata Santa Anastasia.
I lavori di costruzione della basilica furono inizialmente favoriti dall’interessamento della signoria Scaligera. Nel 1301 è documentata una donazione all’ordine di Alberto I della Scala, mentre, tra il 1307 ed il 1317, la prosecuzione della fabbrica sarà resa possibile dalla munificenza di Guglielmo da Castelbarco. Sembrano riferibili a questo periodo le absidi, il transetto, la prima campata, con Le prime due coppie di colonne di marmo rosso verso l’altare maggiore, sulle quali campeggia infatti lo stemma del committente: un leone rampante bianco in campo rosso, i muri perimetrali fino a metà dell’altezza complessiva e la parte inferiore della facciata. Sempre al Castelbarco pare doversi attribuire anche la costruzione del pontile che tagliava in due la navata centrale. Tale pontile aveva la precisa funzione liturgica di separare la porzione ecclesiastica dei monaci da quella riservata ai fedeli. Il coro dei monaci fu costruito secondo l’antica consuetudine davanti all’altare maggiore, oltre il transetto, nella parte dell’aula a loro riservata. Tracce di questa struttura, presente fino al XVI secolo, sono visibili nei rappezzi  del pavimento tra la seconda e la terza coppia di colonne.  
Nel 1319, morto il Castelbarco, la costruzione della chiesa procede grazie all’avvicendarsi di nuovi mecenati, primo fra tutti Domenico Merzari, che patrocina i lavori dal 1320 al 1323, come dimostra la presenza dell’arma familiare (una testa d’aquila accompagnata dalla sigla DAM) in porzioni di muro in facciata e sul muro esterno, all’attacco con le parti donate dal Castelbarco. A questo momento storico si fa riferimento all’innalzamento della muratura perimetrale lasciata incompiuta al tempo del Castelbarco, esclusa però la copertura del tetto. 
La fine del XIV secolo coincide con una battuta d’arresto dei lavori, conseguente alla crisi della signoria Scaligera e ad un’assenza di mecenati alternativi. I primi segnali di ripresa arriveranno nel 1420, quando Antonio Cermisone, celebre medico parmense, commissiona la costruzione delle otto colonne ancora mancanti. L’elargizione si rivelò sufficiente solo per due coppie di colonne; quelle più vicine all’ingresso furono invece costruite grazie all’intervento di Gerardo Boldieri, che vi appose l’arma del suo casato (un giglio e un’aquila coronati). 
Ancora, nel 1423 il Consiglio dei Dodici delibera uno stanziamento annuo a favore della chiesa veronese affinché siano ultimate in muratura le arcate: probabilmente al tempo dovevano essere compiute solo quelle della zona absidale e del transetto.
Cinque anni più tardi, nel 1428, il medesimo Consiglio torna a riunirsi per decidere del paramento della facciata: l’alternativa è fra il completamento in cotto a vista o l’adozione di un rivestimento lapideo con decorazione scultorea, soluzione, quest’ultima, che viene ritenuta più opportuna. Il relativo progetto fu presentato nel 1429 da Giovanni Matolino e subito approvato. I lavori presero il via immediatamente, ma nel frattempo esigenze statiche crearono nuove priorità rendendosi necessario, prima di coprire le campate occidentali della navata centrale, rinsaldare le strutture portanti con il rafforzamento delle pareti della navata stessa e con la costruzione alle estremità delle navi laterali di due pilastri di sostegno, in parte isolati. Il subentrare di tali emergenze, congiuntamente alla sempre più marcata tendenza dei donatori a destinare le proprie elargizioni all’erezione di cappelle private all’interno della chiesa – a partire, nel 1430, dalla cappella dello Spirito Santo – spiega perché la facciata di Santa Anastasia non giunse a compimento. I relativi interventi si limitarono allo zoccolo riccamente profilato, al rivestimento dei due pilastri ai lati del portale, nonché del pilastro d’angolo a nord, cui va aggiunta la decorazione pittorica delle lunette del portale. 
Circa vent’anni più tardi, nel 1449, i Domenicani fecero richiesta al papa di alienare i beni del convento e con il ricavato restaurare il monastero e proseguire la fabbrica della chiesa. Mancando l’autorizzazione del pontefice, i lavori furono lungamente procrastinati, tanto che ancora nel 1466 se ne lamentava la necessità.
Nel frattempo i monaci, con l’aiuto del Comune, erano però stati in grado di fondare e attrezzare la biblioteca, di cui si erano impegnati a consentire il libero accesso. Nel 1453, inoltre, era stata eretta su una porzione di terreno un tempo destinata alla sepoltura dei conventuali la sagrestia donata dalla famiglia Giusti e nel 1460 era giunto a compimento il campanile, mentre un paio d’anni più tardi (1462) iniziava sotto la direzione di Pietro da Porlezza la lastricatura del pavimento.
Nel 1471 il vescovo di Verona, cardinale Giovanni Micheli, consacra solennemente la basilica.  
Procedeva intanto la costruzione degli altari allineati lungo le navate laterali. Nel 1485 è terminato quello dei Manzini-Maffei, nel Settecento passato alla Compagnia di San Vincenzo Ferrer.  Cinque anni più tardi Pietro Bonaveri fa erigere il proprio, contiguo a quello precedentemente citato dei Manzini nella navata di destra, mentre nel 1492 sarà la volta di quello dedicato dai Boldieri a San Pietro Martire, nella navata di sinistra. L’anno precedente (1491) aveva inoltre trovato compimento il coro ligneo realizzato da Lorenzo da Santa Cecilia e al tempo alloggiato oltre il pontile della chiesa.
L’erezione delle cappelle proseguirà dopo una lunga pausa, durante la quale fu rifatta la piazza antistante la chiesa (1514), con i lavori all’altare di Sant’Erasmo patrocinato dalla famiglia Faella (1522) e quindi con la costruzione del quarto altare di destra dedicato a San Martino dai Pindemonte (1541). 
Nella seconda metà del XVI secolo, con un primo intervento di restauro al campanile colpito da un fulmine (1555), prendono avvio lavori. Nel 1560 il coro viene tolto dal pontile sopraelevato e sistemato in basso, fra le prime quattro colonne davanti al presbiterio oltre al transetto, per essere poi in un secondo momento ulteriormente spostato dietro l’altare maggiore per liberare l’accesso alla erigenda cappella del Rosario (1560).  In seguito il pontile, divenuto inutile ed ingombrante, sarà demolito (1590). 
Nel 1565 vede la luce l’altare Fregoso, primo a destra entrando.  Di fronte ad esso nel 1591 viene posizionato il secondo piliere (“gobbo”) in marmo rosso, a fare pendant con quello di sinistra, collocato nel 1495 ed opera di Gabriele Caliari, padre del Veronese.  L’anno dopo, 1592, la famiglia Mazzoleni fa erigere nella navata di destra il quinto altare, dedicato a Santa Rosa da Lima.
Nella prima parte del XVII secolo (1625) la chiesa fu dotata dell’organo. Nella seconda metà del secolo avranno invece luogo ulteriori lavori al campanile (1661) colpito da un fulmine, sul quale verrà reinstallata la palla di rame dorata con le reliquie. 
Nessuna notizia si ha della chiesa per tutto il corso del secolo XVIII. Di essa si torna a parlare ai primi dell’Ottocento, quando, nel 1806, Santa Anastasia diviene parrocchia e le vengono affidate le giurisdizioni territoriali delle parrocchie di Santa Maria in Chiavica, Santa Cecilia e San Benedetto, soppresse da Napoleone. L’anno successivo il convento sarà chiuso e i suoi ambienti destinati a sede del liceo a seguito del decreto napoleonico di soppressione degli ordini del 1806.

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