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Chiesa di Sant'Antonio abate a Bagnolo di Mazzantica. Verona.

Chiesa di Sant'Antonio abate a Bagnolo di Mazzantica. Verona.

Informazioni principali

LO STATO ATTUALE
Il fabbricato è costituito da un unico corpo di fabbrica: il sacello, a cui si aggiunge un altro fabbricato adiacente edificato su due piani fuori terra. Si trova in notevole stato di abbandono, notevoli infiltrazioni d’acqua dal tetto cadono sulla pavimentazione di cotto e dilavano gli affreschi esistenti sulle pareti.
L'oratorio, di particolare interesse storico, architettonico, artistico, mantiene inalterato il suo aspet¬to tardomedievale, di modeste dimensioni (lungo mt. 11 e largo mt. 8 circa), presenta una semplice facciata a capanna che introduce l’unica aula, con¬cluso da un'abside semicircolare.
Sul fianco meridionale esterno, ampie cadute di intonaco lasciano in vista il paramento murario originale, a corsi di ciottoli disposti a lisca di pesce alternati a sottili filari di laterizi di riuso; gli spigoli dell'edificio sono in mattoni.
Si legge benissimo, su questo lato, l’esistenza di una porta murata ad arco ribassato, mentre si intuisce un'altra apertura, murata, ma sul lato settentrionale. All’interno si vedono chiaramente le tracce dell’intonaco di tamponamento.
Due aperture finestrate, realizzate in tempi successivi si presentano sui lati longitudinali, mentre altre due aperture si leggono in facciata affiancate all’elegante portale, che nulla sembrano abbiano dell’originale impianto del manufatto. Le pareti interne sono affrescate con dipinti risalenti al XIV secolo e rappresentano storie della vita di S. Antonio Abate, dell’iconografia tradizionale, si legge anche una duplice “Trinità” .

CENNI STORICI
Verso la metà del XIV secolo la famiglia Salerno, una delle più ricche ed influenti di Verona, benché di origine pistoiese, acquista dal Comune di Verona vasti appezzamenti di terreno, posti tra Mazzagatta (oggi Mazzantica in Comune di Oppeano), Isola della Scala e Bagnolo. In quest’ultima località , posta al limitare della Campanea Major e ai confini del bosco planiziale padano, è probabile vi costruisse una delle sue residenze. Ciò è indirettamente dimostrato dalla successiva costruzione per iniziativa dei fratelli Dolcetto e Nicola Salerni, figli di Giovanni, di una chiesetta, che viene consacrata nel 1394 e dedicata ai santi Giovanni Battista, Antonio Abate, Nicola, Giorgio e Tommaso d’Aquino, come recita un’iscrizione  in pietra bianca murata al di sopra del portale.
In seguito la chiesetta venne indicata unicamente come sacello di Sant’Antonio Abate, forse perché più rispondente alla devozione popolare contadina, mentre gli altri Santi, eponimi dei costruttori e legati a vario titolo alla famiglia Salerno, caddero in disuso.
Come da tradizione la famiglia dotò la piccola chiesa degli arredi e dei paramenti liturgici necessari alla celebrazione delle messe e di un introito che consentisse di stipendiare un cappellano per dire messa e di manutenere l’edificio stesso.
Per circa tre secoli, fino al 1665, la chiesetta rimase di proprietà della famiglia Salerno, con alterne fortune: benché gli introiti crescessero nel tempo, le condizioni della cappella peggiorarono molto al punto che nel 1553 fu il Vescovo Giberti ad ordinare di procedere al restauro ed al ripristino degli arredi sacri sottratti o danneggiati per l’usura.
Nel 1681 si presume che tali ordinata fossero stati eseguiti, dato l’esito positivo della visita pastorale del Vescovo Agostino Valier, anche se l’arredo liturgico risulta molto ridotto rispetto alla dotazione iniziale. Va notato che a partire dall’inizio del seicento la chiesetta assolve le funzioni di “oratorio pubblico” per la popolazione residente nelle adiacenze.
Nel 1665 i terreni di Bagnolo con la villa e la chiesa vengono venduti da Carlo Sarciagna, figlio ed erede di Virginia Salerno a Bartolomeo Noris, dottore in legge, e al fratello Paolo, che già prima contribuivano alla spese per il mantenimento del cappellano che celebrava messa.
Trent’anni dopo, il 5 marzo 1694, Michelangelo Noris, figlio di Paolo, lascia in eredità tutti i possedimenti di Bagnolo, al conte Domenico Bon, con l’obbligo di celebrare nella Chiesetta di Sant’Antonio una messa quotidiana perpetua per l’anima sua e dei suoi parenti .
Il legato, benché dispendioso venne rispettato per quanto riguarda la celebrazione delle messe, ma nulla venne mai fatto per mantenere un minimo decoro alla chiesetta ormai disadorna e in cattive condizioni, al punto che il Vescovo nel 1713, ribadisce gli ordinata del 1664 e del 1673 e impone di acquistare suppellettili, restaurare l’immagine sacra sull’unico altare rimasto, riparare il confessionale e imbiancare le pareti esterne e costruire una sacrestia per ricoverare i paramenti sacri. Quest’ultima non venne mai costruita ma sappiamo che nel 1765 il vecchio altare era stato sostituito dall’attuale in marmi policromi.
Più volte la famiglia Bon, con Alberto Maria nel 1754 fino a Giuseppe ed Alvise nel 1799, si rivolse alla Curia per ottenere l’esonero del legato in quanto consideravano troppo oneroso il mantenimento di un cappellano per la celebrazione della messa quotidiana, ma solamente il 21 maggio 1799 il vescovo Avogadro rispose positivamente, riducendo l’obbligo alla sola messa festiva ,mentre dispose che le feriali venissero celebrate a Mazzagatta.
Alla morte di Alvise Bon nel 1815, i terreni, la villa e la chiesetta furono ereditati dalla figlia, la contessa Caterina Bon Brenzoni, poetessa e scrittrice, che ne ebbe la proprietà fino alla morte nel 1856.
Per testamento la contessa dispose la vendita dei suoi possedimenti a favore dei poveri di Verona e relati-vamente alla chiesetta rinnovò per l’eventuale acquirente l’obbligo delle 300 messe all’anno in perpetuo. Il 30 gennaio 1879 essa venne acquistata dal cavalier Francesco Poggi e successivamente passò alla figlia Maria Barbaran Capra, che nel 1898 si rivolse alla Curia con la solita richiesta: essere esentata almeno parzialmente dal legato Bon Brenzoni delle 300 messe annue, riducendole a 100, per l’impossibilità di trovare un cappellano che risiedesse stabilmente in loco.
Tale supplica venne temporaneamente accettata, in attesa della disponibilità di un nuovo cappellano, ma nel frattempo la proprietà passò il 7 novembre 1911 al commendator Francesco Rossi, che per prima cosa chiese alla Curia e ottenne con l’esborso di una congrua somma di 8300 lire di essere affrancato in via definitiva dal legato Bon Brenzoni.
L’ultimo passaggio di proprietà della chiesetta fu formalizzato il 15 novembre 1921 e, da allora, ne è proprietaria la famiglia Zerman.

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